Astrofisica, un italiano scopre buco nero devastante, Nature gli dedica la copertina

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E’ un astrofisico italiano di stanza alla Nasa e associato all’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), ora Francesco Tombesi, marchigiano, con il suo team di scienziati, si è conquistato la copertina della prestigiosa rivista Nature con il titolo “Growing in the wind“, descrivendo la straordinaria storia di un buco nero supermassiccio al centro della galassia IrasS F11119 che, come una specie di ‘Attila‘, sferza l’ambiente circostante con venti fino a un quarto della velocità della luce, smorzando la formazione stellare. Il tutto a 2,3 miliardi di anni luce da noi. E la scena ha un che di apocalittico.

“L’urlo nero della galassia è un vento relativistico che si leva impetuoso dal suo cuore. Prende le mosse dal disco d’accrescimento fatto di materia bollente, milioni di gradi, che ruota attorno all’enorme buco nero supermassiccio centrale. Infuria verso l’esterno a velocità inconcepibile, un quarto di quella della luce, spazzando via con la sua onda d’urto tutto ciò che incontra lungo il cammino. Creando attorno a sé il deserto, una landa desolata di spazio interstellare che s’estende per centinaia d’anni luce, entro la quale non potrà nascere più nulla”.

Lo studio di Tombesi è stato realizzato mettendo a confronto i dati raccolti dai telescopi spaziali Herschel dell’Esa e Suzaku, nato da una collaborazione fra Giappone e Stati Uniti, “riuscendo a stabilire, in modo inequivocabile il collegamento mancante, in altri studi, quello fra i venti (outflows) di gas molecolare a grande scala, osservati in infrarosso con il satellite Herschel dell’Esa, e i venti relativistici (ultra-fast outflows) emessi dai buchi neri che ne sono all’origine, osservati in banda X con Suzaku”.

“Per la prima volta siamo riusciti a confrontare questi due tipi di gas, a vedere che il buco nero riesce a produrre questi venti, inizialmente a velocità molto elevate, fino al 25 percento della velocità della luce” spiega Tombesi al sito di informazione dell’Inaf. Venti, prosegue Tombesi, “che poi vanno a impattare il mezzo interstellare a distanze estremamente grandi, fino a 1000 anni luce. E questo provoca una riduzione del materiale che sarebbe servito a formare nuove stelle”.

“Quello che mancava era la prova d’una connessione diretta. Noi -aggiunge lo scienziato a media.inaf.it- siamo andati a scovare la presenza del vento nelle parti centrali, dunque direttamente connesso con il buco nero. E abbiamo visto che la sua energia iniziale è sufficiente a spiegare la formazione dei venti molecolari freddi a scale più grandi”.